Genitori e Figli

Essere genitori autoritari o autorevoli?

Essere genitori autoritari, cosa è giusto o sbagliatoNell’educare i figli i genitori si trovano oggi in un mare d’incertezza, dopo essere passati in tempi rapidissimi dal rigore vittoriano al permissivismo post ’68.

Ma, quando si parla di come educare i propri figli, qual’è la giusta dose di autorità che devono adottare i genitori? Questa domanda divide da sempre padri e madri, genitori e nonni, educatori e insegnanti. E di conseguenza si estende alla società tutta, la cui opinione oscilla nella maggior parte dei casi tra tolleranza e repressione.

Immagino che ognuno di noi abbia imparato sulla propria pelle o su quella dei propri figli che i buoni sentimenti non bastano a fare un buon genitore-educatore. Allo stesso tempo però i genitori non sempre hanno soluzioni o buone ricette quando si relazionano con i propri figli. Non dispongono, per così dire, d’istruzioni per l’uso, ma solo del proprio buon senso che deriva da ciò che si è appreso durante la propria maturazione.

Per avere un minimo di corrdinate che aiutino a riorientarsi, è necessario tornare all’etimologia dellka parola educare. Essa deriva dal latino e-ducere che significa letteralmente “condurre fuori”, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto. Quindi l’educazione non è l’insegnamento che forgia e foggia, di sapore ottocentesco. L’educazione trae invece dalla persona ciò che ha già in potenziale, ciò che ha da sviluppare di autentico, di proprio.

Cosa è giusto? Cosa è sbagliato?

È evidente che gli esperti hanno contribuito a confondere in maniera decisiva questo terreno già così complesso e pieno di sfaccettature: quello che è giusto fare e quello che invece è sbagliato. E ancora: in questo caso si fa così, in quest’altro si fa colà. Ognuno dice la sua e i genitori non sanno più che pesci pigliare. Quali regole seguire?

La cultura che pone il bambino al centro dell’universo è il risultato di una psicologia individualista che non tiene conto del contesto sociale in cui il bambino quotidianamente vive e si muove. E in questo modo il bambino diventa il centro di tutto, richiedendo un livello elevato se non eccessivo di attenzione, cure e comprensione. Naturalmente lo scopo però non è che stia bene il bambino e basta, ma è quello di star bene tutti insieme: genitori e figli, rispettando sia i bisogni della coppia che quelli della famiglia in generale, comprendendo anche, e soprattutto, il contesto lavorativo. È necessario mettere in atto un tipo di educazione che consenta al bambino di ricevere cure, attenzione e affetto, ma senza che tutto ruoti necessariamente intorno a lui.

Se diventare grandi vuol dire imparare ad affrontare la vita con tutte le sue difficoltà, i suoi ostacoli, le sue frustrazioni, i suoi muri, il ruolo dei genitori è proprio quello di fornire gli strumenti perché i figli possano raggiungere questo obiettivo. Possano crescere quindi malgrado i no che incontreranno sulla loro strada.

È stato scientificamente dimostrato come sia il  permissivismo (“Fai come vuoi!”) che l’autoritarismo (“Fai così perché lo dico io e basta!”) siano formule perdenti, che non solo non portano a nulla ma anzi spesso accentuano i conflitti fra le parti in gioco. Questo perché si viene a creare uno squilibrio tra genitore e figli e il genitore, di conseguenza, corre il rischio di non riuscire a fornire loro dei punti di riferimento solidi e sicuri.

Autorevolezza contro Autoritarismo

Equilibrio significa comunicare ai figli, insieme all’autorevolezza, anche autenticità e congruenza. In particolare congruenza vuol dire che i messaggi verbali e quelli corporei devono essere univoci, andare di pari passo, altrimenti il bambino resta confuso e non sa cosa deve fare nelle diverse situazioni in cui si viene a trovare. Il genitore insicuro di quello che dice comunica invece insicurezza anche quando urla o fa il “vocione”.

Essere autorevoli invece implica un uso sapiente del limite che è in funzione dell’ansia del genitore: i limiti che pone un genitore ansioso, quindi insicuro, non sono altro, in realtà, che i suoi stessi limiti, e con questo intendo i suoi nodi o le sue problematiche irrisolte. Il genitore in questo modo non fa altro che proiettare sul bambino le sue ansie e le sue paure.

Le paure condizionano

È molto importante evitare di confondere le proprie paure con il dovere di porre dei confini al bambino. Per aiutarci a comprendere questo porto un esempio. Quando il bambino entra nella fase di voler esplorare il mondo, e, mettiamo il caso, sfugge alla mamma che sta chiacchierando con un’amica e si mette a gironzolare al parco per conto proprio, una cosa è dire: “Dov’eri? Sei cattivo perché sei scappato” o anche “Dove sei andato? Non lo fare mai più altrimenti non ti porto più al parco!”, perché la mamma si è messa paura non vedendolo più, un’altra cosa  è dire: “Dov’eri? Bravo che sei tornato”, insegnandogli che può affrontare il mondo con sicurezza e fiducia, sapendo di essere comunque guardato e protetto dai genitori.

Come trasmettere autorevolezza

L’autorevolezza può essere trasmessa in moltissimi modi: il bambino la sente prima di tutto dal tono della voce oltre che dalle parole, dal modo in cui gli vengono insegnate le cose oltre che dai contenuti che vengono passati. Ma, per essere autorevoli, è necessario lavorare su di sé, mettendosi in discussione per primi come individui prima ancora che come genitori, elaborando il rapporto con i propri genitori e identificando le proprie paure, le proprie ansie e i propri bisogni. Il genitore deve superare la propria crisi d’identità da cui derivano tutte le sue insicurezze, così come le sue ansie. Solo così sarà in grado di aiutare i figli a crescere e a sviluppare la loro identità.

Chiedere aiuto fa bene

Un aspetto senz’altro positivo è che in questa situazione di difficoltà, in questo clima di incertezze, i genitori cominciano a chiedere aiuto molto più che in passato, rivolgendosi magari ad uno psicoterapeuta. Comunemente però, non comprendono che se il bambino ha dei problemi di confusione o d’insicurezza è perché loro per primi sono confusi e insicuri. Invece, per crescere e formare la propria identità, il bambino deve sentire che gli vengono fornite indicazioni precise su cosa è giusto e cosa è sbagliato, su cosa fare e cosa non fare. Il bambino imita principalmente gli adulti e quindi ha necessariamente bisogno di modelli validi, di punti di riferimento saldi e ancor più di certezze.

Consigliati per voi:

Rosa Angela Fabio, “Genitori positivi, figli forti”, Erickson, 2003

Giuliana Ukmar, “Se mi vuoi bene, dimmi di no”, Franco Angeli, 2012

Daniel Siegel e Mary Hartzell, “Errori da non ripetere”, Raffaello Cortina, 2005

Asha Phillips (1999), “I no che aiutano a crescere”, Saggi – Universale Economica Feltrinelli, 2003

Piero Ferrucci, “I bambini ci insegnano”, Oscar Mondadori, 1997

Mario Polito, “Educare il cuore”, La Meridiana, 2005

Francoise Dolto, “I problemi dei bambini”, Oscar Mondadori, 1994

 

Cristiana Milla, psicologa e psicoterapeuta. Per avere maggiori informazioni, visita la sua pagina personale e leggi gli altri articoli.

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Autore

Cristiana Milla

Cristiana Milla

Psicologa, psicoterapeuta. Esperta in disturbi d'ansia, disturbi alimentari, difficoltà sessuali, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Collabora con l'Istituto di Psicosintesi di Roma.

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