Malessere

Guarire le ferite emotive

la tranquilla passione di Corrado Pensa, meditazione e consapevolezza

“Non si raggiunge l’iilluminazione
immaginando  figure di  luce, ma
portando alla coscienza l’oscurità
interiore.”   (C.G. Jung)

Nel nostro vivere di esseri umani incontriamo spesso esperienze dolorose, alcune passano lisce ed altre lasciano il segno. Siamo d’accordo nel dire che siamo esseri relazionali e le ricerche scientifiche ce lo confermano: lo siamo già prima della nascita. In psicosintesi consideriamo l’identità dell’essere umano già presente al momento della nascita ed il suo sviluppo dovrebbe avvenire attraverso le relazioni empatiche con i vari care-givers che si incontrano nel corso della vita. Potrei aprire un paragrafo per spiegare cosa sono e come la psicologia definisce le relazioni empatiche. Ma non lo farò, ci sono già un mucchio di libri e di articoli su questo argomento. Ci tengo invece a sottolineare come il fallimento delle relazioni empatiche con i care-givers è spesso la sorgente di molti disagi e sofferenze. Le esperienze dolorose della nostra vita determinano quello che in gergo chiamiamo: ferite emotive.

Anche per quanto riguarda le ferite emotive molto si è già scritto. Moltissimi infatti sono i libri vademecum su come curarle. A volte questi libri sono conditi di ricette semplicistiche e dozzinali che tutt’al più possono funzionare nel caso di semplici “sbucciature emotive”. Sarà forse il carattere salvifico dei titoli di questi libri che attira i più di noi?  I titoli di questi libri sono per la maggior parte molto evocativi: già solo scorrendoli è facile osservare l’affacciarsi dentro di noi della speranza di trovare al loro interno la ricetta che possa alleviare la fatica di vivere.

Purtroppo, lo dico a malincuore, non esistono scorciatoie! Diffidate di ricette semplici.

Ci possiamo affrancare dalle nostre ferite solo tramite un onesto lavoro interiore. E sottolineo la parola lavoro proprio per la caratteristiche faticosa dell’impegno. Ma che direzione dare al lavoro? Come ci si può approcciare alle proprie ferite? Una possibile risposta la troviamo in questo piccolo estratto che vi riporto di seguito. Una pagina dal libro “La tranquilla passione” di C. Pensa:

la tranquilla passione, Corrado Pensa, meditazione e consapevolezzaPossiamo dire che ignorare e nascondersi le cose è un modo certo per impedirsi la trascendenza. Per esempio se io minimizzo o copro a me stesso l’effetto di un insulto che ho ricevuto, mi sarà poi impossibile andare oltre l’insulto. Per il semplice fatto che l’operazione di usare l’insulto come leva per la trascendenza richiede un’apertura massima di consapevolezza e di vigilanza. E ciò è agli antipodi di quella riduzione della consapevolezza su cui si fonda il meccanismo di negazione-minimizzazione.

Dunque anzitutto io debbo essere capace di sentire, di percepire la ferita in tutta la sua portata, fino in fondo, vale a dire con piena sensibilità e consapevolezza. Solo a questa condizione, cioè senza ovattare e amputare la mia sensibilità (e tale amputazione può essere inconscia), posso procedere a quella che è l’operazione spirituale primaria, cioè andare oltre l’insulto passando dentro (e non sopra) l’insulto; e ciò usando il mio modo preferito, che sia l’attenzione non giudicante a quello che mi succede o qualche forma di pratica del ricordo di Dio, per menzionare solo due pratiche importanti, la prima in particolare nel buddismo, ma anche nello Yoga e nel Vedanta, la seconda nelle religioni teistiche. In sostanza, se io lavoro interiormente debbo arrivare come ad aprirmi intorno all’insulto, ad allargarmi intorno alla ferita.  Ossia la ferita chiama e richiama la mia attenzione e in ciò mi aiuta; io, per parte mia, le manderò, sì,  attenzione, ma gliela manderò ‘pulita’, cioè il più possibile scremata da giudizi e sentimenti di avversione  e in ciò io aiuto la ferita. La quale adesso invece di essere investita da un’attenzione vociante, imprecante e condannante, che ha il risultato di infettarla, viene piuttosto avvolta da un’attenzione silenziosa e sollecita che, alla lunga, è guaritiva.

Dunque. Mi ritrovo ad aver trasceso la ferita nel modo giusto, non infettivo. Mi insegna a non ignorare, bensì a cogliere la sollecitazione energetica che mi viene dalla ferita, sollecitazione utile, e mi insegna a emettere, in risposta, una qualità diversa di attenzione; un’attenzione non reattiva, libera, non invischiata e invischiante, e dunque un’attenzione che porta oltre, che promuove trascendimento.  Un trascendimento che mi butta, finalmente, nel qui e ora; ossia oltre, molto oltre il mondo mentale e complicato e doloroso nel quale vivo.

(testo tratto da “La tranquilla passione” di Corrado Pensa – ed. Ubaldini)

Autore

Cristiana Milla

Cristiana Milla

Psicologa, psicoterapeuta. Esperta in disturbi d'ansia, disturbi alimentari, difficoltà sessuali, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Collabora con l'Istituto di Psicosintesi di Roma.

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