Psicologia

Chi sono io: ricominciare da se stessi

Prima di poter scoprire qual’è il nostro scopo della vita, che cosa significhi tutto – guerre, rivalità nazionali, conflitti, tutto questo guazzabuglio – dovremmo cominciare da noi stessi: non è forse vero?

Suona tutto semplice, ma è estremamente difficile. Per seguire se stessi, per vedere il modo in cui funziona il proprio pensiero, è necessario essere straordinariamente attenti, sempre più attenti, così che, quando si comincia a essere sempre  più attenti ai meandri del proprio modo di pensare, delle proprie reazioni, dei propri sentimenti, si comincia anche a possedere una consapevolezza maggiore non solo di se stessi, ma anche di un altro con cui si stia in rapporto.

Conoscere se stessi è studiarsi nell’azione, che è relazione. La difficoltà è che siamo troppo impazienti; vogliamo riuscire, vogliamo raggiungere uno scopo, e così non abbiamo né il tempo, né l’occasione di concederci l’opportunità di studiare, di osservare. Alternativamente ci siamo dedicati a varie attività- guadagnarci la vita, allevare bambini –oppure abbiamo assunto certe responsabilità nelle più svariate organizzazioni; e ci siamo impegnati in tanti modi diversi che abbiamo ben poco tempo per riflettere su noi stessi, per osservare , per studiare. Pertanto, in realtà, la responsabilità della reazione dipende da noi stessi, e non da un altro. Ricercare dei guru, e i loro sistemi, per tutto il mondo, leggere i libri più recenti su questo o su quello, e via discorrendo, a me pare terribilmente vuoto e futile; perché potrete girare tutta la terra, ma a voi stessi dovrete tornare. E, poiché per la maggior parte siamo totalmente inconsapevoli di noi stessi, è estremamente difficile cominciare a vedere entro il processo del nostro pensiero, del nostro sentimento, del nostro agire.

Più conosceremo noi stessi, più vi sarà chiarezza. La conoscenza di sé non ha limite: non si raggiunge una meta, non si perviene ad una conclusione. È un fiume che non ha fine e man mano che lo si studia, man mano che sempre più vi si penetra, si trova pace. Soltanto quando la mente è tranquilla – attraverso la conoscenza di sé, e non mediante un autodisciplina auto imposta – soltanto allora, in quella tranquillità, in quel silenzio, potrà venire alla luce la realtà. Soltanto allora vi sarà felicità; vi sarà azione creativa.

(da “La prima e ultima libertà” di Jiddu krishnamurti, Ubaldini Editore, p. 22)

 

A voi stessi dovrete tornare”. Con queste parole Krishnamurti ci invita prima di tutto a tornare a noi stessi, a conoscere noi stessi, perché solo conoscendo noi stessi vi sarà più chiarezza rispetto a chi veramente siamo.

Chi sono io?

Chi sono io?”. Solo nel porci questa domanda restiamo stupiti nello scoprire qualcosa di inaspettato: siamo invasi dalla varietà delle risposte a questa domanda. In noi infatti albergano una quantità di pensieri, di sensazioni, di emozioni, di impulsi e desideri in perenne contrasto fra di loro. Nel conoscere noi stessi, nell’esplorare ciò che abita in noi momento per momento, iniziamo a confrontarci con la nostra molteplicità interiore, con le nostre varie identità (subpersonalità) che si alternano nelle nostre relazioni, nella nostra quotidianità. Basta fare attenzione ai nostri comportamenti e atteggiamenti quando siamo con il nostro compagno/a, con i nostri  genitori, con i nostri figli, con i nostri colleghi di lavoro oppure quando stiamo guidando la macchina o siamo al bar. Quanto siamo diversi in queste situazioni?  Ma anche, chi siamo veramente in questa diversità?

Shunryu Suzuki-Roshi, maestro zen, chi sono ioIndagare la natura umana, il proprio sé è una pratica antica. La storia è costellata di maestri che invitano l’adepto a indagare la propria natura, l’essenza, per guidarlo verso se stesso. Pensiamo ai maestri zen. Shunryu Suzuki-Roshi ne è un esempio:

Un giorno, durante un discorso, Suzuki-Roshi disse:  “Quando siete completamente assorbiti nel respiro, non c’è nessun io. Che cos’è il vostro respiro? Il respiro non è voi e neppure aria. Che cos’è? E’ assolutamente non io. Quando non c’è io, c’è totale libertà. Poiché avete questa stupida idea di io, avete un mucchio di problemi”.  (tratto da “Lo zen è qui. Incontri con Shunryu Suzuki-Roshi, Astrolabio Ed.)

Ciò che crediamo di essere

Perché fondamentalmente non sappiamo chi siamo veramente, ne siamo del tutto inconsapevoli. E ciò che pensiamo di essere non ha nulla a che fare con chi veramente siamo. La maggior parte delle persone si identificano principalmente con chi credono di essere: si identificano con il proprio nome, con il proprio lavoro, con l’essere madre, padre, moglie, figlio, intelligente, stupido, bello, brutto e via così. In qualche modo si identificano con dei modi di essere: “Io sono fatto così” è una frase che comunemente sentiamo. Diventare consapevoli di quello che condiziona, blocca il nostro naturale fluire, la nostra naturale espressione è nelle nostre possibilità. Perché questi condizionamenti sono idee che noi abbiamo di noi stessi, acquisite nel corso della nostra storia personale e che, con il passare del tempo, acquistano forza.

La Psicosintesi ci dà una possibilità. Ci insegna a conoscere chi siamo veramente, aldilà delle nostre quotidiane identificazioni, ponendo infine l’accento non tanto su come sono fatto, ma su chi si comporta così, su chi è fatto così, andando a svelare quel centro di pura presenza che io sono. Contattare la propria essenza, la propria natura essenziale può diventare allora una esperienza diretta in cui ci riconosciamo profondamente. Ed in quel riconoscimento la nostra vita acquista un centro e tutto si armonizza.

Autore

Cristiana Milla

Cristiana Milla

Psicologa, psicoterapeuta. Esperta in disturbi d'ansia, disturbi alimentari, difficoltà sessuali, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Collabora con l'Istituto di Psicosintesi di Roma.

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