Psicologia

Gli attaccamenti sono ostacoli all’autorealizzazione

Per introdurre e chiarire dal punto vista pratico il tema degli “attaccamenti” partirò da una breve storia zen:

Un giorno due monaci buddisti stavano facendo ritorno al loro monastero, camminando in silenzio. Essi praticavano lo stato di autoconsapevolezza, osservando i loro pensieri e il mondo in modo distaccato. Giunti alla riva del fiume che li separava dalla loro meta, notarono che non c’era il barcaiolo che solitamente li traghettava dall’altra parte del fiume. Attesero a lungo ma questi non si fece vivo. Nel frattempo, giunse una giovane donna che analogamente si mise in attesa del barcaiolo per attraversare il fiume. Cominciava a farsi buio, per cui decisero che non era più il caso di aspettare e di attraversare il fiume da sé. Vedendo, però, la donna in difficoltà, uno dei monaci si offrì di aiutarla e la portò sulle spalle mentre attraversava il fiume. Dopo la traversata, la donna ringraziò e i due monaci proseguirono il loro cammino verso il monastero in silenzio. Quando ad un certo punto, l’altro monaco interruppe il silenzio: «Come hai potuto fare una cosa del genere? Noi non dovremmo avere nessuna relazione con le donne, figurati poi toccarle e nientemeno portarle sulle spalle!» Il monaco che aiutò la donna compassionevolmente rispose: «Io ho lasciato quella donna tempo fa, sulla sponda del fiume, ma tu, mio caro, la stai ancora portando con te». Allora l’altro monaco comprese. Il silenzio e la pace interiore ritornarono in lui”.

Bambina con palloncino a cuore, autorealizzazione e difficoltàGli attaccamenti e la sofferenza

Quanti uomini restano identificati nelle emozioni o nelle passioni che vivono? Quanti si lasciano travolgere dagli eventi e trascinare dalle correnti del momento? Quasi nessuno invece si sofferma a riflettere riguardo la propria vita, interrogando se stesso e il proprio essere sullo stato della propria salute psicofisica almeno fino a quando non insorge un evento gravoso che lo scombussola, che mette sotto sopra la propria realtà, la propria routine, il proprio benessere. Lo stesso evento potrebbe essere invece l’occasione per aprire gli occhi e rendersi conto di quanta inconsapevolezza c’è nel proprio agire.

E’ interessante notare quanto noi esseri umani di quest’epoca moderna siamo ancora fortemente prigionieri di molteplici attaccamenti che rallentano o addirittura bloccano il nostro cammino evolutivo. Questi attaccamenti prendono la forma di persone, cose, abitudini, modi di essere, comportamenti, impulsi, desideri. Immaginate di avere delle pesanti catene ai piedi, che frenano fortemente il vostro procedere quotidiano, che bruciano le vostre energie, che esigono tempo, attenzione, che rendono faticoso e sofferente semplicemente il “vivere”: ecco, questo è un attaccamento. Quindi attaccamenti attivi quali:  desideri, passioni, affetti che legano a persone e a possessi. Ma anche attaccamenti passivi, meno evidenti ma non meno reali e bloccanti come tutte le forme di routine, di conformismo, di abitudini, calamite dalle quali è difficile sottrarsi.

Assagioli ci insegna che:

ogni attaccamento costituisce un errore, un’opposizione alla legge della vita, poiché esso tenta l’impresa, vana e disperata, di fermare, fissare, irrigidire una parte della vita, avulsa dal resto, mentre la vita è una e costituisce un’immensa corrente in un continuo fluire, una manifestazione dinamica in continua trasformazione. Posto ciò, avviene che quello che in un dato momento era un aiuto, uno stimolo, una condizione favorevole all’espansione, può divenire tardi un ostacolo, un legame, una remora ”.

Consapevolezza verso i propri attaccamenti

La consapevolezza di un reale stato di attaccamento: il vederci chiaro è sicuramente un primo passo necessario per liberarsi da uno stato di illusione. Illusione è soprattutto il non rendersi conto della mutevolezza e quindi della caducità di tutte le cose, così come delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. Il Budda per primo si rese consapevole che in questo mondo nulla resta uguale e che tutto è in continuo cambiamento. Il non conoscere questo naturale fluire del corso della vita e dei processi di cambiamento è causa di sofferenza. Molte persone prendono la vita e le situazioni ad essa connessa con eccessiva serietà restando attaccate alle loro “forme-pensiero”, alle loro emozioni, alle loro abitudini che diventano delle piccole prigioni dalle quali non riescono a prendere una sana distanza, nonostante siano per loro costante causa di sofferenza. Sofferenza che si amplifica quando invece la vita per sua natura li separa da queste situazioni alle quali si erano rigidamente attaccati.

…Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quello che c’è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita…” (Da “Felicità in questo mondo” da gli scritti di Nichiren Daishonin)

Cambiare la relazione verso gli attaccamenti

È praticamente impossibile vivere senza attaccamenti. È impossibile eliminarli. Allora verrebbe naturale chiedersi: come fare? Se è difficile vivere senza attaccamenti si può però cambiare la nostra relazione con essi. Intanto iniziando con l’accettare la realtà così come si manifesta, non contrastando gli eventi: è solo allora che è possibile gioire quando c’è da gioire e soffrire quando c’è da soffrire. Tutti gli attaccamenti sono potenziali fonti di delusione e sofferenza. Pensiamo per esempio al desiderio di realizzare un obiettivo, agli interessi, alle passioni, all’affetto verso gli altri. Questi stessi attaccamenti però, sono anche la possibilità di manifestare la nostra umanità, di vivere e godere appieno della vita.

La psicosintesi ci insegna che tutto è in continuo mutamento, tutto è transitorio. Per cui, restando aperti al momento presente, possiamo vivere godendoci in totale presenza il momento per quello che è e, una volta che non c’è più, imparare a lasciarlo andare.

Seguendo le leggi della natura umana, noi tendiamo a identificarci con molte cose, in particolare con i pensieri, con le emozioni, con le immagini o i desideri o ancora con la sofferenza o la sfiducia. Per sottrarci a questo meccanismo dell’io-mente c’è bisogno di attivare “la volontà dell’io”. Grazie a questa possiamo dirigere le nostre energie verso la disidentificazione dai contenuti della mente e finalmente liberarci dal condizionamento.

In una delle leggi della psicodinamica di Assagioli viene enunciato che le idee e le immagini tendono a suscitare le emozioni ed i sentimenti ad esse corrispondenti. Per cui se continuiamo a nutrire pensieri negativi continueremo ad alimentare stati psichici ed emotivi negativi. Iniziando a modificare la qualità di questi pensieri, non vedendoli più nell’accezione dualistica buono-cattivo, ma considerandoli con equanimità, la sofferenza piano piano cessa. Per far questo bisogna appunto attivare una funzione fondamentale dell’io: la volontà. Poiché nessun pensiero che produce uno stato di sofferenza viene attivato dalla volontà dell’io, ma si produce per automatismi inconsci.

Portare attenzione sui processi di identificazione e attaccamento è un primo e importante passo per attivare le forze dell’io. Questo ci darà modo di aprire gli occhi su una realtà più vasta facendo sì che ogni attimo diventi unico, totale. Quando uno è totale, è totale senza condizioni, senza condizionamenti e quindi attaccamenti.

Autore

Cristiana Milla

Cristiana Milla

Psicologa, psicoterapeuta. Esperta in disturbi d'ansia, disturbi alimentari, difficoltà sessuali, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Collabora con l'Istituto di Psicosintesi di Roma.

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