Relazioni

Essere ed avere: qual’è la differenza?

essereSembrerebbe che l’avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che per vivere, dobbiamo avere oggetti. In una cultura nella quale la meta suprema sia l’avere, anzi l’avere sempre più, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere?
La differenza tra essere e avere non è essenzialmente quella tra Oriente ed Occidente, ma piuttosto tra una società imperniata sulle persone e una società imperniata sulle cose.

Significato dei termini “avere” ed “essere”

“Avere” è un’espressione ingannevolmente semplice, infatti si dice che ogni essere umano ha qualcosa: un corpo, indumenti, un ricovero….Vivere senza avere alcunché è virtualmente impossibile.
Se “avere” sembra un concetto chiaro, “essere” è assai più complesso e difficile.
Essere” nelle lingue indoeuropee deriva dal radicale “es” che significa “avere esistenza, essere reperibile in realtà”. Esistenza e realtà sono definibili come ciò che è autentico, consistente, vero. Il radicale di “essere” è pertanto qualcosa di più che non una semplice affermazione di identità di soggetto e attributo, qualcosa di più che non la designazione descrittiva di un fenomeno: denota la realtà dell’esistenza di colui o di ciò che è, rimanda all’essenza della persona o della cosa, non alla loro apparenza.
Avere ed essere si riferiscono a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona.
Nella modalità esistenziale dell’avere, il mio rapporto con il mondo è di possesso e di proprietà, tale per cui aspiro ad impadronirmi di ciascuno e di ogni cosa, me compreso.
Nella modalità esistenziale dell’essere vanno distinte due forme di essere: l’una si contrappone all’avere e significa vitalità ed autentico rapporto con il mondo; l’altra forma di essere si contrappone all’apparenza e si riferisce alla vera natura, all’effettiva realtà di una persona o cosa, in quanto contrapposta a illusorie apparenze, come è appunto comprovato dall’etimologia di essere.

Filosofia dell’essere

L’essere ha costituito l’argomento di migliaia e migliaia di testi filosofici.
L’idea che l’essere implica mutamento, vale a dire che essere è divenire, ha avuto i suoi massimi e più decisi assertori agli esordi ed al culmine della filosofia occidentale in Eraclito e in Hegel.
Le tesi secondo cui l’essere è una sostanza permanente, atemporale e immutabile e diametralmente opposta al divenire, come è espressa in Parmenide, in Platone e nei “realisti” della Scolastica, ha senso soltanto nel quadro della nozione idealistica che un pensiero (idea) costituisca la realtà ultima. Se l’idea di amore (nell’accezione platonica) è più reale che non l’esperienza dell’amare, è legittimo affermare che l’amore come idea è permanente e immutabile.
Ma, quando partiamo dalla realtà degli esseri umani che esistono, amano, soffrono, dobbiamo constatare che non si dà essere il quale non sia in perenne divenire. Le strutture viventi possono essere soltanto se divengono; possono esistere soltanto se mutano. Trasformazione e crescita sono qualità inerenti al processo vitale.
La radicale concezione della vita in Eraclito e in Hegel, come un processo e non una sostanza, trova, nel mondo orientale, un parallelo nella filosofia del Buddha. Nel pensiero buddhista non c’è posto per il concetto di qualsivoglia sostanza permanente, duratura, si tratti di cose o del sé.
Nulla è reale al di fuori del divenire.

L’essere in psicosintesi

In psicosintesi, ci riallacciamo al processo del “Conosci, possiedi e trasforma”. La conoscenza ottimale secondo la modalità dell’essere consiste nel conoscere più profondamente, mentre secondo la modalità dell’avere consiste nell’avere più conoscenza. “Essere” significa essere in contatto con il proprio centro, con il proprio . Per riuscire a fare questo è necessario conoscerci, analizzarci per poi identificarci (possederci) con tutte le parti che ci compongono ed infine disidentificarci, cioè prendere le distanze, riuscendo ad osservarci come dall’esterno. In tal modo impariamo a “gestirci” e dunque a “trasformarci”, consentendo il nostro perenne divenire in quella che è la “nostra direzione”. Per esprimere la nostra totalità dobbiamo recuperare tutte le nostre parti, anche quelle negate e tenute “in “ombra”. Ogni aspetto negato impedisce il nostro procedere. I processi di negazione comportano una scissione ed una parte della nostra energia è volta così al controllo. Riconoscere, appropriarsi, accettare le parti negate significa riacquistare energia.
E’ necessario contattare la parte bisognosa di esprimersi onde riappropriarsi della propria individualità. Bisognerebbe riuscire a trasformare il pensare in sentire, in quanto il cuore è il vaso alchemico della trasformazione.

Autore

Elisabetta Marra

Elisabetta Marra

Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Terapia psicosintetica, si occupa dei disturbi d'ansia, attacchi di panico, disturbi dell'umore, disagio esistenziale, lutto, autostima.

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