Psicologia

Psicoterapia: quale scegliere?

bussola, psicoterapia, quale scegliereLa psicoterapia moderna nasce oltre un secolo fa con Sigmund Freud, il padre della Psicoanalisi, con la scoperta dell’inconscio e con l’intuizione del sogno come via regia per l’indagine dei processi e dei contenuti di cui non siamo ancora coscienti. Da allora, e specialmente a seguito dei lavori di Freud circa il confronto tra terapie terminabili e terapie non terminabili, si è acceso un dibattito piuttosto vivace circa le variabili “efficacia” e “durata” di una psicoterapia.

La psicoterapia “presto e bene” esiste davvero?

Se è vero che la maggior parte dei clienti desidera ricevere un aiuto immediato per poter tornare alla vita normale, è anche vero che per sua natura un intervento psicoterapeutico serio – dove per “serio” s’intende “capace di produrre risultati positivi stabili nel tempo” – deve essere anche centrato 1) sulla trasmissione di conoscenze di base circa il reale funzionamento della psiche umana (dotazione che almeno in parte dovrebbe essere fornita dalle scuole dell’obbligo) e 2) la condivisione di un certo equipaggiamento tecnico di base che il cliente possa utilizzare per aiutarsi da sé anche dopo la fine del trattamento.

Una delle problematiche legate al post-terapia, infatti, concerne il rischio di perdere le buone abitudini acquisite durante il processo terapeutico. Per evitare questo rischio è necessario far scendere anche nell’inconscio le nuove esperienze, in modo che l’inconscio stesso possa cooperare alla creazione dello stile di vita più adatto alle varie fasi della vita. Dal punto di vista psicosintetico potremmo affermare che alla fine del processo terapeutico l’assetto mentale del cliente dovrebbe essere caratterizzato da un sufficiente livello di disidentificazione dai contenuti della personalità, così da poter elaborare in completa autonomia le analisi e le sintesi relative ai propri vissuti personali in relazione con l’ambiente.

Il continuo processo di cambiamento a cui siamo sottoposti in quanto esseri umani, infatti, richiede un continuo adattamento alle problematiche delle varie fasi di vita, ognuna delle quali richiede risposte adeguate ai diversi livelli di complessità. Ed è ovvio che quando il problema è complesso anche le soluzioni devono avere almeno le stesse caratteristiche di complessità, altrimenti alcune informazioni fondamentali potrebbero non essere percepite rendendo impossibile l’adeguata elaborazione del vissuto.

Le caratteristiche del trattamento: standard o personalizzato?

La risposta più adeguata a questa domanda è “un po’ e un po’”: se da una parte il cliente è dotato di una psiche simile agli altri esseri umani (e quindi può certamente beneficiare di conoscenze standard circa il suo funzionamento), dall’altra una parte del lavoro del terapeuta deve consistere nel personalizzare il trattamento in base ai reali bisogni evolutivi di chi effettua la richiesta di aiuto, bisogni che possono anche cambiare nelle varie fasi della vita e che il cliente può scoprire più agevolmente se facilitato.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere il cliente più libero possibile rispetto ai processi automatici di cui è ancora vittima (per es. quelli che gli fanno dire “lo so che è sbagliato, ma è più forte di me..”) e nel più breve tempo possibile, in modo che egli stesso possa essere messo nella condizione scegliere anche se portare avanti o meno il processo terapeutico del quale è chiamato ad essere protagonista (fase che io chiamo “di atterraggio”).

Autonomia e sviluppo del potenziale umano

In mancanza di un lavoro sufficientemente buono nei termini di autonomia personale – lavoro che richiede il passaggio dai concetti di terapia a breve, a medio e a lungo termine al concetto di “terapia della durata del tempo necessario” – vi è il rischio concreto di passare dai condizionamenti familiari e sociali, gli stessi che potrebbero aver contribuito alla creazione del problema che ha spinto la persona a chiedere aiuto, a nuovi condizionamenti non necessariamente più funzionali dei precedenti.

Terminata l’urgenza (ovvero la fase in cui il disagio invade eccessivamente la vita del cliente, che io chiamo “di decollo”), la persona potrà 1) scegliere se continuare a vedere il suo terapeuta con la stessa frequenza ma con modalità più analitiche e/o di sviluppo del potenziale umano (es. una o due sedute per ogni settimana); 2) scegliere se mantenere gli stessi obiettivi riducendo la frequenza delle sedute (es. una ogni due settimane), opzione che consiglio di non scegliere se non nella fase nella quale i clienti riescono a collaborare con il processo terapeutico, oppure 3) scegliere di sospendere il trattamento per collaudare quanto appreso, con la possibilità di riprendere in un secondo momento.

In ogni caso resta valida la regola che “più la terapia (ben guidata) verrà protratta nel tempo, più il risultato sarà migliore”: i dati clinici di cui disponiamo oggi evidenziano che i risultati migliori e più stabili nel tempo si ottengono a lunga gittata, perché questo consente alle nuove abitudini e al nuovo sistema di credenze di essere sempre più radicati sia nelle parti consce che in quelle inconsce della psiche.

La Volontà sapiente: come risparmiare le risorse

Sebbene la volontà forte sia la più conosciuta ed utilizzata (ovvero la volontà vittoriana, quella dell’obbligarsi a fare qualcosa), la pratica psicosintetica ci offre la possibilità di utilizzare un tipo di volontà più evoluto: la volontà sapiente, ovvero la volontà connessa con l’utilizzo delle leve della conoscenza (nel nostro caso le conoscenze psicologiche necessarie e la strumentazione tecnica per operare adeguatamente sulla propria psiche).

Se infatti è vero che l’inconscio è la parte preponderante della psiche umana (stimato in circa 90-95% della psiche complessiva) e che ha un funzionamento di circa un milione di volte più potente della psiche cosciente (circa 40.000.000 di bit al secondo contro i 40 della psiche conscia), risulta chiaro quanto un utilizzo sapiente della volontà possa far risparmiare tutte quelle energie che altrimenti se andrebbero perdute nel “combattere contro i mulini a vento”.

Un esempio tipico di “psicologia fai da te” votata al fallimento è quella di coloro che tentano di gestire le proprie emozioni e le istanze inconsce con modalità razionali e coatte: non appena concederanno a loro stessi di allentare il controllo, il loro inconscio – probabilmente non così d’accordo con i loro progetti – prenderà il sopravvento realizzando i propri programmi, molto probabilmente con risultati disastrosi.

Psicoterapia come investimento

In questa prospettiva l’onorario dovuto al terapeuta non è un costo ma un investimento: cosa c’è di più costoso di un sistema di credenze pieno di nevrosi? E che senso ha terminare una terapia che non ha influenzato l’immaginario del cliente?

Nonostante il continuo sviluppo di interventi con approccio integrato corpo-mente, abbiamo ancora molta strada da fare per offrire alle persone un sistema sanitario veramente attento ai reali bisogni della gente: i dati della Società Italiana di Psichiatria (SIP, 2015) affermano che un italiano su tre soffre di problemi psicologici e che la tendenza è in aumento.

Dott. Alessandro Gambugiati

psicologo psicoterapeuta docente scrittore

Firenze, via delle Torri 34/c

Prato, viale della Repubblica 153

3285390990 www.alessandrogambugiati.net

Autore

Alessandro Gambugiati

Alessandro Gambugiati

Alessandro Gambugiati lavora come psicologo psicoterapeuta specialista in Psicosintesi Terapeutica. Si occupa di disagio psicologico, a partire dai casi di più grave compromissione del funzionamento affettivo e cognitivo. Svolge anche il ruolo di docente.

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