Aforismi Psicologia

Considerazioni sulla morte: citazione di C.G. Jung

Leggendo il libro “Ricordi, sogni, riflessioni” di C. G. Jung mi ha colpito una riflessione sulla morte. Mi ha colpito sentire vicine le sue parole. Parole umili rispetto alla morte. La morte è un tema su cui tutti, almeno una volta nella vita, ci soffermiamo a pensare, riflettere o meditare. L’incertezza che ci infonde l’idea che un giorno imprecisato la vita finirà, apre delle voragini profonde attraverso cui bisogna passare per riappropriasi della vita. Sembra un paradosso, ma in fondo è così: passare attraverso la morte per riunirsi alla vita. Perché, se è vero che non possiamo sapere l’ora, il giorno o la data in cui la nostra vita finirà, possiamo invece scegliere come vivere fino a quel momento. La scelta è una qualità della volontà dell’Io, la si può consapevolmente rinnovare ogni giorno. Forse aveva ragione Seneca quando diceva che non basta un intera vita per imparare a vivere e che ci vuole un intera vita per imparare a morire.

Copertina: Ricordi Sogni Riflessioni di C.G. Jung“Certamente la morte è anche una spaventosa brutalità, non c’è da illudersi: non è solo brutale come evento fisico, ma anche, è più, come evento psichico. Un essere umano ci è strappato, e ciò che rimane è un gelido silenzio di morte; non vi è più speranza di un rapporto qualsiasi, perché tutti i ponti sono tagliati di colpo. coloro che meriterebbero una vita lunga sono stroncati nel fiore degli anni, e i buoni a nulla raggiungono una Florida vecchiezza. Questa è una crudele realtà che non possiamo ignorare, la crudeltà e arbitrarietà della morte possono amareggiare talmente gli uomini da portarli a concludere che non esiste un Dio pietoso , né giustizia , né bontà .
Da un altro punto di vista, tuttavia, la morte appare come un avvenimento gioioso. Sub specie aeternitatis è uno sposalizio, un mysterium coniunctionis. L’anima raggiunge per così dire, la metà che le manca, realizza la sua completezza. Sui sarcofagi Greci l’elemento gioioso era rappresentato da fanciulle danzanti, sulle tombe etrusche da cene conviviali. Quando il pio cabbalista Rabbi Simon ben Jochai giunse a morte, gli amici dissero che stava celebrando le sue nozze. Ancora oggi in molti paesi c’è l’usanza di avere un picnic sulle tombe nel giorno dei morti. Tali usanze esprimono il sentimento che la morte in effetti sia una festa Gioiosa.
[…]
Un mito assai diffuso dell’Aldilà si basa su idee e rappresentazioni della reincarnazione.
In un paese la cui cultura spirituale è molto diversa e assai più antica della nostra – e cioè in India – l’idea della reincarnazione è accettata con la stessa semplicità con cui tra noi l’idea che vi è un Dio creatore del mondo, o che vi è uno spiritus rector. Gli Indù colti sanno che noi non condividiamo le loro ideee su questo argomento, ma ciò non li amareggia. Secondo lo spirito del’Oriente la successione di nascita e morte è una continuità infinita, come una ruota che giri in eterno senza una meta. Si vive, si conosce, si muore, e si ricomincia da capo. Solo con Buddha si presenta l’idea di una meta, e cioè di un superamento dell’esistenza terrena.
I bisogni mitici degli occidentali richiedono una cosmogonia evoluzionistica con un principio e una meta. Gli occidentali si ribellano a una cosmogonia con un principio ed una mera fine, così come non possono accettare l’idea di un eterno ciclo statico degli eventi concluso in se stesso. Gli orientali d’altra parte sembrano più disposti ad accettare questa idea. Non vi è evidentemente un consenso unanime circa la natura del mondo, non più di quanto vi sia a tutt’oggi un accordo generale su questo argomento tra gli astronomi. L’uomo occidentale considera insopportabile l’idea di un universo assolutamente statico privo di significato; deve presumere che ne abbia uno. L’orientale non ha bisogno di questo presupposto, ma l’incarna egli stesso. Mentre l’occidentale sente il bisogno di portare a compimento il significato del mondo, l’orientale tende al compimento del significato nell’uomo, rifiutando il mondo e l’esistenza stessa (Buddha).
Direi che entrambi hanno ragione. L’occidentale sembra prevalentemete estroverso, l’orientale prevalentemente introverso. Il primo proietta il significato e lo suppone negli oggetti; l’altro lo sente in se stesso. Ma il significato è tanto dentro che fuori.
L’idea della rinascita è inseparabile da quella del karma. Il problema cruciale è se il karma di un uomo sia o no personale; se lo è allora il destino predeterminato con il quale un uomo entra nella vita rappresenta il compimento delle opere di vite precedenti e perciò esiste una continuità personale. Se  non è così, all’atto della nascita si assume un karma impersonale, e allora questo si incarna di nuovo senza che vi sia alcuna continuità personale.
Due volte i discepoli chiesero a Buddha se il karma dell’uomo fosse personale o no; ogni volta egli eluse la domanda e non esaminò la questione a fondo: saperlo egli disse, non avrebbe contribuito alla liberazione di se stessi dall’illusione dell’esistenza. Buddha riteneva molto più utile per i suoi discepoli meditare sulla catena del Nidâna, cioè sulla nascita, la vita, la vecchiaia, la morte, e sulla causa e l’effetto della sofferenza.
Non conosco risposta alla domanda se il karma che i vivo sia il risultato di mie vite passate, o se piuttosto il conseguimento dei miei antenati, la cui eredità si somma in me. Sono forse una combinazione delle vite dei miei antenati, e reincarno le loro vite? […]  Non lo so. Buddha lasciò aperta la questione, e presumo che egli stesso non ne conoscesse con certezza la risposta.
[…] Quando morirò – immagino – le mie azioni mi seguiranno. Porterò con me ciò che ho fatto. Ma nel frattempo il problema è questo, che alla fine della mia vita non mi trovi con le mani vuote. Sembra che anche il Buddha abbia avuto questo pensiero quando tentò di impedire ai suoi discepoli inutili speculazioni.”

Autore

Gioele D'Ambrosio

Gioele D'Ambrosio

Esperto in disturbi d’ansia e dell’umore, attacchi di panico, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Conduce gruppi per la crescita personale, lo sviluppo della consapevolezza e della spontaneità.
Nel suo studio mette in pratica i principi della Psicosintesi Terapeutica che non si limita all’intervento sul sintomo, ma mira all’autorealizzazione dell’individuo.

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