Frontiere Psicologia

Ricerca interiore: ne vale la pena?

“Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per fallire completamente questa audace vasta impresa”.
Il cammino dll'uomo di Martin Buber, libro su sfiducia e se stessiEra il 1943 quando il filosofo austriaco Martin Buber parla a una conferenza. L’anno dopo il suo intervento diventa un libretto di una cinquantina di pagine molto semplice da leggere, ma così carico di sapienza da parlare al cuore di ogni uomo e di ogni donna.
Hermann Hesse lo definì: ”dono inesauribile”. Il libro di cui sto parlando si chiama ”Il cammino dell’uomo”.
È un testo prezioso perché traccia un cammino di umanizzazione. Questo libricino ha una tale forza evocativa che, durante la sua lettura, è facile ritrovarsi a riflettere circa la propria esistenza, sul grado di autenticità di questa o sul tipo di relazione che si coltiva con se stessi e con gli altri. Porta a chiederci dove siamo, in che punto del nostro cammino.
Questo piccolo capolavoro in miniatura si offre anche come guida nelle grandi sfide che attendono l’uomo nel futuro più prossimo.

Ritorno a se stessi

il primo capitolo è intitolato “Ritorno a se stessi”.
Martin Buber racconta una piccola storia ebraica: un grande rabbino spiega ad un suo interlocutore cosa significhi la domanda apparentemente senza senso che Dio, un essere onnisciente, pone ad Adamo: “dove sei?” (Genesi 3:10)
È la prima domanda che Dio pone all’uomo.
In realtà è una domanda che riguarda tutti noi in questo momento.  Perché  Adamo è in ogni uomo. Ci potremmo chiedere in modo più esteso: dove è l’uomo in questo momento?
Ma come sempre, per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da noi, chiedendoci:  dove sono io come uomo? In che punto del mio cammino mi trovo? Porsi questa domanda ci apre alla dimensione della ricerca interiore. Ci permette di conoscere il punto in cui siamo rispetto la nostra realizzazione come esseri umani.

La sfiducia

Nel nostro procedere, non è difficile che ci si senta invadere da un sentimento di sfiducia, scoraggiamento o anche di auto-svalutazione che prendono la forma di voci o pensieri. Questi ci potranno dire che tanto è inutile, che non ce la faremo mai, che non ne abbiamo le forze, che è troppo difficile, che non usciremo da queste tenebre. Buber chiama questi pensieri “voci demoniache” che in buona sostanza ci dicono che “nessun cammino può farci uscire dal vicolo cieco nel quale siamo finiti”.
È legittimo che questo accada, perché riguarda un primo stadio del cammino interiore. Per far fronte a queste ondate di sfiducia e di scoramento, una delle cose che si possono fare è prenderci cura di questi sentimenti. È una cosa che facciamo raramente e alla quale non siamo assolutamente abituati. Viene da sé che non possiamo metterci in cammino verso un ritorno a noi stessi se siamo accompagnati continuamente da queste voci. Se in noi c’è molta sfiducia. La cosa che inizialmente possiamo riproporci di fare è di avere un atteggiamento totalmente differente da quello abituale, in modo da smontare le nostre abituali identificazioni. Quindi, se sentiamo sfiducia, smettiamo di respingerla o di cercare di mandarla via, ma al contrario proviamo ad accoglierla. Come insegna Corrado Pensa, cerchiamo di osservare e di incontrare la sfiducia con gentilezza in modo da generare un atteggiamento di equanimità.

Ne vale la pena?

Nel lavoro interiore si tratta di riconoscere che non siamo fatti solo di cose belle, ma anche di zone d’ombra. In noi albergano voci mortifere e queste generano una certa forza di attrazione. La domanda “Dove sei?” deve permetterci di fare un salto in avanti, con forza, con convinzione.
Fernando Pessoa, poeta e scrittore del ‘900, in una sua poesia dice che ciascuno di noi ha dentro una voce che lo interroga e gli chiede: “Ma vale la pena?” e Pessoa risponde “Sì vale la pena se l’anima non è piccola”, cioè se uno ha una vita interiore, se uno sa dialogare dentro di sé. Ma se noi non facciamo questo cammino, la nostra vita interiore si impoverisce e l’anima piano piano si fa piccola, si ritira. In questo modo l’anima non riuscirà ad accogliere quelle voci che ci spingono alla vita, che ci spingono in avanti, alla fiducia, a cercare la speranza.
Nel momento in cui decidiamo di effettuare quel cammino, ecco che ci siamo messi sulla via del ritorno a casa, del ritorno a noi stessi.
È un viaggio di ricerca, di riscoperta della nostra identità, delle nostre capacità, dei nostri veri doni. Allo stesso tempo è un viaggio che sarà ancor più vero se incontreremo anche le nostre debolezze e i nostri lati scuri, in questo modo ci porterà a divenire uomini nella piena totalità. Uomini più integri. Perché è proprio negli ritmo di questi opposti che si esplica la vita. È come il respiro, l’aria entra e l’aria esce. È grazie a questa alternanza che noi esistiamo.

Autore

Gioele D'Ambrosio

Gioele D'Ambrosio

Esperto in disturbi d’ansia e dell’umore, attacchi di panico, dipendenze affettive, supporto alla genitorialità e alla famiglia. Conduce gruppi per la crescita personale, lo sviluppo della consapevolezza e della spontaneità.
Nel suo studio mette in pratica i principi della Psicosintesi Terapeutica che non si limita all’intervento sul sintomo, ma mira all’autorealizzazione dell’individuo.

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